Pietra e scalpello: tradizioni sammarinesi

Fondato da un tagliapietre e costruito con – e nella – pietra locale, chiara e lievemente dorata, lo Stato di San Marino vanta una tradizione di quasi due millenni legata al lavoro degli scalpellini. L’intera leggenda del Santo Marino prende le mosse dal suo mestiere di lapicida originario dell’isola di Arbe, giunto presumibilmente alla fine del III secolo nella vicina Rimini per lavorare al ripristino delle mura della città adriatica.

Nonostante i rifacimenti, gli ampliamenti e le modifiche che ha subito nei secoli il centro storico di San Marino, un senso di armonia e continuità visiva fra monumenti, vie, fortificazioni e alcune abitazioni, è proprio dovuto all’impiego costante della pietra del Monte Titano, arenaria di formazione miocenica, e in particolare di quella chiara presente solo sulle vette (diversa dall’arenaria “mora” che si trova alle pendici e in tutta la Valmarecchia). Le stesse cave di estrazione, comprese fra le mura del centro storico, rappresentano oggi uno dei tratti più caratteristici della città.

Una Comunità Costruita Pietra su Pietra

Perfetta per la costruzione, e anche per il decoro, adatta alla lavorazione perché non troppo dura, ma resistente, le caratteristiche della pietra calcarea del Titano erano già note a Villanoviani e Umbri che in Repubblica, come in tutti i territori limitrofi, hanno lasciato eterni segni della loro presenza e cultura sotto forma di incavi e nicchie, tipici ripari delle urne cinerarie. Da qui parte la ricostruzione storica fatta dalla sammarinese Maria Lea Pedini che con il suo saggio Le mani e il sasso (edizioni Aiep, 1986) ha dato vita al più completo racconto documentato di una società creata pietra su pietra con il lavoro duro nelle cave e l’amore per il mestiere che ancor oggi caratterizza gli orgogliosi scalpellini sammarinesi.

All’epoca romana e paleocristiana sono attribuibili diversi ritrovamenti: soprattutto, riporta la Pedini, diversi studiosi fanno risalire a quest’epoca il sacello della Baldasserona e i due letti di pietra attorno a cui sorse la prima chiesa sammarinese, dedicata a San Pietro e la cui costruzione è attribuita dalla leggenda al Santo Marino. La Chiesa di San Pietro venne realizzata in grandi conci appena smussati a mano e presumibilmente richiese il lavoro di più persone. Visto in questi termini, il primo nucleo della comunità cristiana sammarinese, testimonia la duplice eredità che il Santo Marino lasciò in Repubblica, un’eredità di culto ma anche di mestiere, che si diffuse proprio attorno al III e IV secolo e che divenne la prima forma di artigianato dello Stato per i secoli successivi.

Il lavoro iniziato da Marino prosegue infatti dopo la sua morte con la costruzione, a lato del primitivo luogo di culto, della Pieve antica, costruita in enormi blocchi di pietra e poi malauguratamente demolita insieme a San Pietro nel 1826, anno di inizio dei lavori di ricostruzione della Basilica nella forma in cui la conosciamo oggi. La vicina area detta “Fossi”, da cui venne prelevata gran parte della roccia necessaria alla realizzazione del primo nucleo urbano, ospitò per secoli le case di artigiani, soprattutto dei lapicidi impiegati nei lavori di costruzione e ristrutturazione delle architetture presenti. Documenti medioevali dimostrano che i successivi ampliamenti e i lavori di ristrutturazione della Domus Plebis occupavano permanentemente un vasto numero di maestranze, mentre un altro numeroso gruppo di lapicidi era impegnato nella strutture di fortificazione e nell’arricchimento dell’arredo urbano.

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Pietra della Cava della Fratta, proprietà privata del lapicida Luigi Reffi

Tagliapietre per Scelta o per Necessità

L’agitato periodo comunale richiese ai sammarinesi un intenso lavoro di fortificazione per proteggersi dalle mire espansionistiche dei potenti casati e del papato. Alla realizzazione e manutenzione delle Tre Torri, sorte fra il XI e il XIII secolo, e delle tre cerchia di mura (la seconda e la terza erette fra XIV e XV secolo, la prima antichissima che richiedeva periodicamente interventi di restauro) partecipò quasi tutta la popolazione maschile dello Stato, uomini impiegati nel duplice ruolo di tagliapietre all’occorrenza e militari al bisogno.

Mentre i più si dedicavano al duro lavoro in cava, una piccola parte di esperti del mestiere veniva impiegata in lavorazioni di maggior precisione o nelle prime semplici opere a scopo decorativo. Lo testimoniano i capitelli decorati con piccole incisioni a spina di pesce rinvenuti nella zona di Castellaro, oggi al Museo di Stato, o gli architravi e gli stipiti delle finestre di alcune case del centro storico, in cui sono ancora visibili delicati fregi decorativi realizzati in epoca medioevale. Lavori di maggior pregio artistico, risalenti allo stesso periodo, sono invece attribuiti ai Maestri Comacini, il cui principale lascito in Repubblica riguarda la costruzione della Basilica di San Francesco, nella seconda metà del XIV secolo.

Per la stessa chiesa furono impiegate anche le maestranze sammarinesi, ed è proprio all’ingresso che si trova la prima lapide datata e firmata da un artigiano sammarinese, mastro Menetto. Gli interventi all’interno della chiesa sono fra i pochi esempi di lavorazioni a decoro compiute da un gruppo di artigiani locali. La chiesa francescana continuò a richiedere lavori di manutenzione e abbellimento per i successivi secoli e a fine ‘700 si iniziarono i complessi lavori di innalzamento del campanile affidati a Giuseppe Reffi, capostipite di una lunga discendenza di mastri della pietra sammarinesi.

Mansueto Mariotti con le sue opere esposte all'Esposizione di Parigi
Mansueto Mariotti con le sue opere esposte all’Esposizione Universale di Parigi

Scalpellini: Operai, Artigiani o Artisti?

Le maestranze formate a San Marino, dove la mancanza di ricchi magnati aveva impedito la creazione di vere scuole e botteghe artigiane, trovano maggior soddisfazione alle corti dei signori vicini. In particolare ad Urbino, dove i nostri antenati fondano botteghe come marmisti e scultori, e ottengono l’apprezzamento dei Duchi e dei nobili. In patria la costruzione di abitazioni signorili nelle vie del centro storico, i maestosi Palazzo Begni eretto nel XVII secolo, così come Palazzo Giangi, Palazzo Pergami,  realizzati con grossi conci il cui aspetto grezzo o poco cesellato diventa tratto caratteristico, si alternano a ornamenti di fattura fine e più ricercata, ne sono un esempio i capitelli, i medaglioni e le cornici per la Chiesa di Santa Maria di Valdragone, realizzata fra XV e XVI secolo.

L’Ottocento fu un secolo di grandi lavori urbani, oltre all’apertura della grande fabbrica della Nuova Pieve, il secolo vide impegnati gli artigiani del luogo anche nella realizzazione del Palazzo del Governo, inaugurato nel 1894, del Cimitero di Montalbo che fino a tutto il ‘900 continuò a dare lavoro agli scalpellini per la realizzazione di lapidi e monumenti funebri di valore. Inoltre, con stemmi, opere scultoree e bassorilievi realizzati in pietra o marmo, la Nazione prese parte alle diverse Esposizioni Universali organizzate a Parigi a fine secolo. Queste sono forse le prime vere occasioni in cui lo Stato riconosce ai più abili scalpellini sammarinesi un ruolo di rappresentanza e un’occasione di visibilità personale.

Istanze degli scalpellini Luigi Simoncini e Pietro Balsimelli, portate all’attenzione del Consiglio a più riprese negli anni a cavallo del secolo, danno atto della scarsa volontà da parte del Governo di concedere troppo spazio e privilegi agli scalpellini, considerandoli alla stregua di operai e manovali. Per tentare di curare meglio i propri affari e ottenere un maggior riconoscimento da parte dello Stato, nacque proprio in quegli anni la prima Società degli Scalpellini che tentò di imporre il primo timido confine fra il lavoro dei muratori (pagato a ore) e quello degli artigiani della pietra, che rivendicavano un compenso proporzionato a capacità e abilità dimostrate.

L'artista Aldo Volpini al lavoro sullo stemma da porre al confine di Dogana
L’artista Aldo Volpini prepara lo stemma commissionato dallo Stato per il confine di Dogana

Emigrazione e Lavoro nel XX Secolo

Nel 1903 gli Scalpellini associati acquistavano la Cava degli Umbri e varie attrezzature e l’anno seguente pubblicavano un proprio regolamento in cui emerge la volontà di veder considerato il lavoro dei lapicidi come prodotto “ad uso d’arte”. Fra i problemi a cui dovette far fronte la nascente cooperativa ci fu il massiccio fenomeno dell’emigrazione. La povertà e la disoccupazione, che colpì la classe operaia italiana e sammarinese, spinse a partire molti artigiani e la stessa Società degli Scalpellini, presieduta dal professor Pietro Franciosi, si organizzò con un “Ufficio di Emigrazione temporanea in Europa” che vagliava le richieste di braccianti e lavoratori della pietra e indirizzava i propri soci verso le migliori opportunità offerte da ditte di costruzione in Francia, Svizzera, ma anche ad Est, nelle cave di Bucarest o di Praga.

Il fenomeno migratorio proseguì anche negli anni del Fascismo, che ostacolò la cooperativa e obbligò chi restava in patria al lavoro pesante e mal retribuito per la costruzione della Ferrovia San Marino – Rimini.

Sfruttati alla pari erano i lapicidi impiegati nella realizzazione delle architetture solenni, citazioni dello stile rinascimentale che caratterizza palazzi e monumenti celebrativi lavorati a scalpello durante gli anni del Fascismo. Ne sono esempi il Teatro Titano progettato dallo Zani, l’ex Palazzetto delle Poste sorto sull’antica Parva Domus trecentesca, l’Ara dei volontari, l’Ara ai difensori della libertà, le scuole di Borgo Maggiore e molti altri.

Terminata la guerra anche San Marino si ritrovò a dover fare i conti con i danni subiti nel bombardamento del ’44 e con la grande povertà della popolazione. Per tanti lapicidi l’unica soluzione fu l’emigrazione verso la Francia, la Svizzera, il Belgio e soprattutto l’America, che per molti fu un approdo definitivo. Il mestiere appreso divenne nei migliori casi motivo di apprezzamento e di miglioramento della condizione sociale dei nostri concittadini all’estero.

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Opera scultorea di Marina Busignani Reffi presentata alla Biennale d’Arte di Venezia nel 1982

I Segreti del Mestiere: un’Eredità da Tramandare

In patria invece la tradizione artigiana dei lavoratori della pietra iniziava a interessare meno, la ricerca di uno stile più moderno e il ridursi di giovani apprendisti non permise all’arte dei lapicidi di acquisire valore neanche con l’aprirsi della Repubblica al turismo di massa. Anzi, per migliorare le vie di accesso al centro storico e trovare spazi adeguati alle tante automobili che raggiungevano il Titano, le due cave realizzate sulla vetta del monte vennero adibite a parcheggi e la terza, situata sotto al Palazzo Pubblico, venne permanentemente trasformata in piazzale per il tiro della balestra, in linea con il gusto medioevale tanto caro ai visitatori della Repubblica.

Mentre il numero dei lapicidi di professione diminuiva di anno in anno, nel 1979 si inaugurò a Montalbo un cantiere-scuola di lavorazione della pietra, in cui al mestiere insegnato secondo tradizione artigiana, si affiancava la produzione attraverso macchinari moderni per il taglio e la levigatura della pietra.

Pochi nomi del secolo XX, ma molto importanti per la storia qui raccontata, sono giunti a noi con la fama di artisti della pietra o scultori, fra questi il maestro Romeo Balsimelli, vissuto a cavallo del secolo e l’allievo Aldo Volpini, la cui abilità si dimostrò già negli anni ’30 quando ancora bambino entra in cava per imparare il mestiere. Stemmi di San Marino, vari bassorilievi dedicati al Santo Lapicida, di cui il più famoso è quello che raffigura la costruzione del tempio, collocato all’inizio di Contrada Omerelli e una delle poche statue di San Marino scolpita a tutto tondo nella pietra locale situata nella nicchia della stazione della Funivia di Città, sono alcuni dei suoi lavori più significativi.  E ancora l’artista sammarinese Marina Busignani Reffi, che nel 1982 espose alla Biennale di Venezia le opere Testimonianza n.1 e Testimonianza n.2, due grandi sculture in pietra di San Marino realizzate con la collaborazione degli scalpellini della scuola di Montalbo.

E’ anche grazie all’opera, spesso anonima, di questi grandi lavoratori che il Titano è oggi iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Ed è anche per merito di una ultra millenaria tradizione artigiana tramandata di generazione in generazione, che alcuni nostri contemporanei hanno scelto di tener vivo ancor oggi il mestiere insegnato dai padri e nel tempo adattato al gusto moderno. Lo scorso anno una mostra dedicata al lapicida Aldo Volpini ha messo in luce 40 anni di lavoro incessante, fra opere, progetti e bozzetti.  Grazie alla collaborazione dei pochi scalpellini ancora presenti inoltre, in estate a San Marino vengono organizzati laboratori di lavorazione della pietra a mano rivolto ai giovani ( fra i partecipanti nel 2015 anche tre ragazzi americani, di origine sammarinese), venuti a riscoprire i segreti di un mestiere e una tradizione artigiana che, come conclude la Pedini nel suo saggio, “adeguata ai tempi e alle condizioni sociali mutate, può trovare ancora nuove e interessanti forme di espressione attraverso i giovani”.