Tra trionfi e sconfitte, sul ring come nella vita. Intervista a Marco Nicolini, autore di Storie di Pugili

La sua pagina Facebook conta quasi 60.000 follower e riceve oltre mezzo milione di visite settimanali da parte di persone appassionate allo sport più antico del mondo. Con Storie di Pugili (Piano B Edizioni) Marco Nicolini, autore sammarinese, scrive un libro che unisce talento e passione.

Un talento testimoniato da collaborazioni con la redazione sportiva e culturale del Gazzettino, la Voce di Romagna e il Fatto Quotidiano per l’inserto “Io gioco pulito”. Una passione alimentata da ricordi di infanzia, esperienze giovanili e anni di ricerche che hanno portato alla “Nicolini’s top 50”, una vera e propria classifica dei migliori pugili di ogni epoca, seguita da 35 schede che offrono una lunga carrellata di biografie degli atleti che, in qualche modo, hanno segnato la storia degli ultimi due secoli.

Un libro in cui la boxe diventa quasi una metafora della vita, che – come dice l’autore – “in fondo, non è che un succedersi di round: alcuni li perdiamo, altri li vinciamo. Altre volte finiamo la tappeto. È per questo che i pugili più amati non sono soltanto i campioni invincibili, i trionfatori, ma coloro che alternano momenti di gloria e di sconfitta, che lungo la strada lastricata di sacrifici cercano un riscatto da una vita di ingiustizie”.

Dopo aver girato l’Italia, Marco ha concluso la promozione del suo libro al Salotto di Villa Manzoni, promosso da Ente Cassa di Faetano – fondazione Banca di San Marino, nella sua San Marino.

Marco, da dove nasce il tuo amore per il pugilato?
Beh, chi mi guarda di profilo può scorgere che io sono stato un pugile e sono stato un pessimo pugile, perché ho combattuto poco ma ne ho prese tante e si vede purtroppo. Io iniziai a fare il pugilato nell’87, a sedici anni, a Padova. Non iniziai a fare pugilato sotto i migliori auspici. Avevo un senso di revanscismo perché alla Canottieri Padova, dove facevo canoa, c’era molto bullismo, e i bulli erano belli grossi… ero grosso anch’io però era difficile ribattere ed allora, un bel giorno, andai al Padova Ring e mi ricordo, entrai in questa palestra incredibile, strapiena. Adesso se uno va in una palestra di pugilato vede venti persone allenarsi in modo ordinato, ma lì c’erano tantissime persone e il maestro era uno solo. Io ero forte fisicamente, ero ben piazzato nei miei 75kg, e sarei passato più tardi negli 81, ma contavo troppo sulla forza fisica a poco sulla tecnica e infatti perdevo quasi sempre…

Nella prefazione scrivi: “Sono stato un pugile mediocre ma non porto alcun rancore al pugilato”.
Infatti, amo profondamente il pugilato!

Ecco proviamo a spiegare questa cosa.
Quando certe persone mi dicono: “Io non amo il pugilato perché non mi piace vedere le persone che si danno i pugni sulla testa”, io non posso dar loro torto. Bisogna però vedere quello che è stato il pugilato nella storia: il pugilato in duecento anni ha salvato milioni di persone – non esagero – strappandole alla malavita, perché ovviamente i campioni non si trovano nella facoltà di ingegneria ma nei bassifondi, nelle storie più difficili.

BOXE Marco Nicolini racconta Storie di Pugili

Quindi attribuisci alla boxe anche una funzione sociale?
Esattamente. E i campioni stessi sono qui a testimoniarlo. Non esiste un campione che non venga dalla criminalità. Sonny Liston, per parlarvi del più delinquente di tutti, ha passato la vita in galera. Ma ce ne sono altri che hanno avuto una grande redenzione nel pugilato. Patterson per esempio era un piccolo delinquente e poi finì con l’aiutare i giovani facendone una ragione di vita.

Nel libro fai la Nicolini’s top 50:  come l’hai costruita questa hit parade di pugili? Su quali criteri ti sei basato?
Questo è il lavoro di una vita, una vita di passione per il pugilato. È stato veramente un lavoro titanico perché ho fatto tutto da solo, quanto meno al principio. Ho preso quelli che erano indubitabilmente i più forti: eravamo arrivati a quasi 460 nomi e ho iniziato a studiarli “pound for pound” ovvero al di là della categoria di peso. Ho iniziato a scremare piano piano, ho guardato tutto, i record, cercando di dare un voto alla prima parte della carriera, ai pugili che aveva incontrato e a che età li aveva incontrati, insomma, ho fatto un lavoro di sgrossamento, tagliando piano piano.

Purtroppo nei primi 50 non c’era un italiano.
No, però è solo la mia opinione.

E dopo hai fatto 35 schede, 35 racconti…
In realtà ne ho fatti molti di più, non tutti sono nel libro. Ho una pagina Facebook, da cui è partito tutto (Nicolini racconta di Pugili ndr) e che mi dà una soddisfazione notevole perché tutti i giorni ci sono migliaia di persone che vengono a leggere le storie!

BOXE Marco Nicolini racconta Storie di Pugili

Si chiama boxe ma viene definita anche la nobile arte: stupisce l’uso di questa accezione per uno sport che si basa sulla violenza fisica, no?
Non direi che si basi sulla violenza … Il pugilato è, fondamentalmente, la ricerca di scontro ad armi pari. Prende due persone dello stesso peso, dalla simile storia atletica, spinte dalla stessa motivazione – che devono essere prima serie, seconda serie, terza serie, ci sono molti livelli, non conta  solo il peso – io sarei dello stesso peso di Mike Tyson, ovviamente non potremmo stare sul ring assieme se non io scappando e lui rincorrendomi (ride ndr) perché bisogna che i pugili siano su un piano più o meno paritetico. Questo è quello che la rende nobile.

La boxe è forse lo sport più antico che conosciamo: quando e come è diventato una vera disciplina, con regole precise?
C’è uno spartiacque, che non è una data precisa ma è un evento, ossia l’adozione delle regole del marchese di Queensberry, che stabilivano in tre minuti la durata del round con una pausa di un minuto e rendeva obbligatori i guantoni, anche se all’epoca – stiamo parlando di fine ‘800 – erano di paglia e quindi era come avere le mani nude… Prima di queste regole c’era il “bare knuckle”: si combatteva a mani nude in un ring circolare e i round terminavano quando uno dei due contendenti finiva a terra; se però  si rialzava e toccava la corda si riprendeva subito. C’è stato un incontro intorno al 1790 che è andato avanti per 276 round.

C’è differenza tra i pugili del passato e quelli di oggi? 
Chi mi legge sa che io ho grande passione per il pugilato del passato. E’ vero che si tratta di una comparazione difficile però io continuo ad essere sicuro che i pugili del passato siano più forti di quelli di adesso. Per carità, va fatto un distinguo. Adesso c’è Anthony Joshua, che è 2 metri per 120 Kg di muscoli assassini. Se prendi Anthony Joshua con questo fisico e lo porti negli anni ‘50, ‘40 e ‘30, li batte tutti, non c’è dubbio. Però, se invece lo fai nascere lì, Anthony Joshua, con l’alimentazione che si aveva un tempo, con i sistemi di allenamento dell’epoca, io credo che Anthony Joshua non potrebbe mai battere uno dei miei idoli che è Rocky Marciano. Rocco Marcheggiano era un uomo fatto d’acciaio. Ed era 1 metro e 77 per 80 Kg. Una volta c’era la selezione… facevi la boxe per venir fuori da una vita di stenti, di povertà, davi tutto.

C’era una “carica” diversa…
Esatto. Prediamo Jack Dempsey: era uno scappato di casa… questi ragazzi andavano via di casa a 10 anni. Aveva lavorato fino a 18-19 in un cantiere della ferrovia, parliamo di inizio ‘900. Combatteva al margine di questi cantieri e, se perdeva, quella sera non mangiava! Jack Dempsey aveva qualcosa di straordinario dentro. C’è una frase storica che lo descrive perfettamente: “A champ gets up where he can’t” (un campione si rialza quando non può farlo ndr) ed è la frase che descrive al meglio il campione di boxe.

BOXE Marco Nicolini racconta Storie di Pugili

Un pugile quindi è un mix di doti morali e fisiche. Quelle morali le hai accennate, quelle fisiche quali sono?
Intendiamo le doti necessarie per diventare un campione o per diventare un pugile normale?

Beh, l’ambizione di diventare campione penso ce l’abbiano tutti!
Diventi campione se incassi i pugni, se stai in piedi. Alcuni, anche se grandi, grossi e molto forti, non ce la fanno. I pugni in faccia non li reggono.

Conta più la tecnica o lo stile?
Conta la tecnica, molto, lo stile è una cosa in più. Ma conta soprattutto quello che il pugile ha dentro. Il pugile se è affamato, non c’è niente da fare, vince l’incontro! A meno che non sia proprio scarso tecnicamente … (ride ndr).

Può essere considerata un’arte marziale anche la boxe? Molto spesso la boxe viene accostata un po’ alla scherma.
Sì, infatti una volta si diceva anche che un pugile ha una buona scherma quando porta due, tre combinazioni.

Invece con le altre arti marziali?
Mah, lo vedo molto difficile. Il pugilato… il pugile, quello tagliato, è un’altra cosa. Il pugile è quello che prende il colpo e sta lì e te lo restituisce. Nelle arti marziali c’è una componente più spirituale, c’è meno contatto … è un’altra cosa.

Nel libro, quando racconti di Vinny Pazienza, scrivi che il pugilato non è solo pugni, ritmo e schivate. Che cos’è?
Vinny Pazienza era campione del mondo, superleggeri. Ebbe un incidente, una gravissima lesione alla vertebra, tra l’altro una molto alta, che quindi lo avvicinò alla tetraplegia. Per recuperare decise di mettersi un particolarissimo busto, un’impalcatura intorno alla testa per tenerla immobile con le viti avvitate nel cranio, continuando ad allenarsi. E tornò. Combatté e vinse!

BOXE Marco Nicolini racconta Storie di Pugili

Raccontaci anche cosa successe nel “massacro di San Valentino”.
Chiunque mastichi un po’ di boxe concorderà che il più grande pugile di tutti i tempi è Ray Sugar Robinson. È stato una meraviglia del ring, un monumento alla boxe, lì batteva tutti! Tra le tante vittorie, perse un incontro contro Jake La Motta. Ci fu quindi la rivincita, il 14 febbraio del 1951. Fu una pagina cruenta, ma anche una straordinaria perché per 15 riprese Jake La Motta non andò giù. Si prese botte terrificanti e alla fine mentre lo portavano via, tutto suonato, si dice abbia detto: “Sono ancora in piedi, Sugar Ray”. E disse anche, tempo dopo: “Ho combattuto così tante volte con Sugar Robinson che è strano che io non abbia il diabete”.

Ci sono dei campioni che sono rimasti nel cuore di tanti: Nino Benvenuti, Rocky Marciano, Mohammed Alì… Ognuno di loro ha una storia diversa, origini diverse, e hanno fatto carriera anche in maniera diversa. Quali sono le differenze principali?
Cassius Clay veniva da una famiglia borghese. Iniziò il pugilato perché gli avevano rubato una bicicletta rossa. Andò, piangente, a protestare dalla polizia e il poliziotto, che era un maestro di pugilato, disse: “Se non vuoi farti rubare la bici, vieni a imparare la boxe”. E’ iniziata così la carriera di un pugile che ha combattuto delle autentiche pietre miliari della boxe. Tra l’altro non tutti sanno che lui era stato campione olimpico a Roma, ma non dei massimi, bensì dei medio-massimi perché dei massimi vinse il poderoso Francesco de Piccoli.

Diciamo qualcosa anche di un campione italiano: Nino Benvenuti.
Nino Benvenuti è stato un pugile incredibile. Penso abbia un record inavvicinabile di vittorie consecutive, magari alcune di basso livello, comunque era un grandissimo pugile! Aveva avuto una vita difficilissima anche lui perché era uno sfollato istriano, e questo se lo è sempre portato dentro. Tra l’altro lui per questo venne accusato di essere fascista, solo perché dice: “Ma come? Mi hanno mandato via da casa mia…”. Ma non c’entra niente. Purtroppo, c’è questa tendenza italiana a capire male le cose, da una parte e dall’altra.

C’è una discriminante territoriale rispetto alle origini dei pugili? Cioè, sono più bravi gli americani, più bravi gli europei?
C’è una nazione che è la capitale del pugilato: il Messico. Il Messico, per questioni genetiche, fatica a mettere sul ring molti pesi massimi. Però, se vai nei pesi mosca te ne trovi 50, tutti agguerriti, tutti di livello altissimo. E devo dire che mi ispiro molto al Latinoamerica anche per quanto riguarda la mia attività di “cantore della boxe”: se avete occasione andate a sentire una telecronaca o radiocronaca di un messicano… è una cosa che mette i brividi, bellissima!

Cantore della boxe?
Forse sono stato poco modesto… abbiate pazienza (ride ndr).

La boxe sembra uno sport minore perché in primo piano c’è sempre il calcio. Invece alle tue presentazioni in giro per l’Italia c’è una ressa incredibile! E inoltre il libro è già alla quarta ristampa. Ma quanta gente c’è a cui piace la boxe?
Beh, non tanta, ma tanto appassionata! Ovviamente quelli che hanno la mania del pugilato sono pochi e magari la condividono con il calcio, con il rugby. Però qualche altro malato come me c’è!

BOXE Marco Nicolini racconta Storie di Pugili

Ma adesso, ci sono i giovani che vanno in palestra a fare boxe?
Insomma, l’Italia è sempre prudente, purtroppo.

Forse perché ci manca un eroe come fu Benvenuti?
Ci vuole un modello. Ci vuole un Alberto Tomba del pugilato. Quando c’era Tomba lo sci era lo sport più seguito, soprattutto perché c’era lui che era un campione incredibile, fortissimo. Quando mai ci ricapita?

Nel libro hai inserito anche una biografia femminile!
Katie Taylor. E’ straordinaria, anzi, se io dovessi scegliere adesso di vedere un incontro, scelgo di vederne uno di Katie Taylor. Qualche tratto suo lo si trova anche nel film di Clint Eastwood, Million Dollar Baby.

E’ difficile immaginare la boxe come uno sport femminile
È difficile. È brutto vedere quando ci sono dei volti insanguinati, è inutile negarselo. Però, adesso, quando entri in una palestra di pugilato, metà dei presenti sono ragazze e sono molto più brave, si applicano molto di più, quando combattono e tornano all’angolo le vedi che guardano il maestro, ascoltano. Gli uomini invece fanno sempre di testa loro: se non si ascolta il maestro, si sbaglia!

C’è la Federazione Pugilato a San Marino, nel CONS, o no?
Esiste ad oggi una Federazione Pugilistica a San Marino che però non è riconosciuta dal Comitato Olimpico, quindi è un po’ come se non ci fosse (ride ndr)!  Svolge la propria attività, ci sono una quarantina di ragazzi in palestra. Qualcuno ha esordito nella Boxe Competition, che è un po’ quella boxe edulcorata, quella che non spaventa i genitori, diciamo così!

BOXE Marco Nicolini racconta Storie di Pugili

Nel libro emerge spesso questo concetto della boxe come metafora della vita. Perché?
Nella boxe io non vedo il vincente e il perdente. Non c’è niente di più vicino tra loro, nella boxe, che vittoria e sconfitta. Il grande pugile che vince da 20 incontri è lì celebrato da tutti – soprattutto se è un peso massimo – incappa al 12° round in un gancio che non vede, va per terra e tutto il suo mondo crolla. Alla stessa maniera il pugile che dà tutto, che fa spettacolo, anche se non trionfa, non lo si può definire un perdente.

Senti, abbiamo fatto tutte queste classifiche, ma qual è il pugile preferito di Marco Nicolini?
Il pugile che amo di più , o lo sanno bene tutti i ragazzi che mi seguono, è Marvin Hagler. Il Meraviglioso, non per niente. Era bellissimo. Ricordo che con mio papà guardavamo i suoi incontri. Considera che non era come adesso con le partite di calcio, che si vedono molto spesso. Io dicevo “Papà il mese prossimo combatte Hagler” e per trenta giorni aspettavamo febbrilmente di vederlo combattere… Lui è senz’altro l’atleta che preferisco di tutti gli sport al mondo, soprattutto la cosa che amo di lui è che non fosse un predestinato, nessuno credeva in lui eppure ha toccato il cielo con un dito, è stato il pugile più amato al mondo!

Invece l’incontro più bello in assoluto?
Ora come ora mi viene in mente The War contro Thomas Hearns che durò solo tre round, un incontro straordinario. C’è invece quello del ‘74 che però, ovviamente, per ragioni anagrafiche potei vedere solo anni dopo: Mohammed Alì contro George Foreman. Fantastico! Nessuno credeva in Alì e George Foreman, uno degli uomini più forti mai saliti sul ring, però da quell’incontro rinacque come persona, come uomo. Era in una crisi esistenziale, invece poi ripartì, si ritirò poco più tardi, 10 anni dopo tornò e divenne il più vecchio campione del mondo dei pesi massimi, a 46 anni!

Qual è il tuo film preferito sulla boxe?
Senz’altro Lassù qualcuno mi ama con Paul Newman.

Tutta la saga di Rocky? Quella no?
Il primo è bello. Poi basta!

Siamo forse difronte ad un declino del pugilato dal punto di vista dell’interesse pubblico. Anni fa c’era anche una presenza della boxe in televisione molto forte e ci si appassionava come oggi con i più grandi incontri di calcio. Oggi è una condizione completamente diversa rispetto agli anni ‘50, ‘60, forse anche ‘70. Cos’è successo?
Mi sembra che siano almeno 10 anni che in TV in prima serata la boxe non si può far vedere. C’è proprio una legge! Una cosa incredibile. Poi magari fanno vedere sparatorie e violenze varie … Bisogna dire che negli anni ‘50 e ‘60 il pugilato era la risposta a chi non aveva niente e vedeva tra le 16 corde – che a quel tempo non erano 16, erano 12 – la propria possibilità di rivalsa personale. Il pugilato, come dicevo prima, comunque, ha bisogno del campione. Senza campione – e noi adesso non ce l’abbiamo – si perde interesse, purtroppo. La boxe è nell’insieme uno sport estremamente difficile, per emergere bisogna prendere tanti pugni. La gente ci pensa. La gente preferisce giocare a calcio…

C’è da dire che forse il calcio è stato un po’ cannibale con gli altri sport.
Adesso faccio una piccola polemica personale. Non che io ce l’abbia col calcio, se però si inizia a pagare i bambini fin da piccoli succede che il ragazzino va a giocare a calcio. Se due ragazzi che fanno pugilato prendono 20 euro per fare un incontro, mentre magari uno in una stagione di calcio senza spettatori, prende i suoi soldini, giustamente questo va a giocare a calcio.

BOXE Marco Nicolini racconta Storie di Pugili

Parliamo del Marco Nicolini scrittore. Sei stato contattato da una importante casa editrice, quindi hai un futuro! Sappi che il Salotto di Villa Manzoni porta fortuna!
Mah, devo dire, penso che piano piano la mia vena della boxe si limiterà solo alla mia pagina Facebook. Adesso col mio editore abbiamo un accordo, per ora solo verbale, per pubblicare il romanzo che sto scrivendo e che adesso si è un po’ bloccato, devo dire …

La sindrome della pagina bianca che prende lo scrittore.
No, è la sindrome del Consiglio Grande e Generale! (l’organo parlamentare della Repubblica di San Marino di cui Nicolini è membro, ndr).

Marco, alla tua splendida bambina insegnerai a tirare i pugni?
No, vorrei che andasse per mare come il suo babbo, sul kayak o sul windsurf. Farà quel che vorrà, comunque…

 

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L’intervista è tratta dall’intervento di Marco Nicolini al Salotto di Villa Manzoni (San Marino, 15 aprile 2019) promosso dall’Ente Cassa di Faetano, coordinato e condotto dalla giornalista Angela Venturini.