Economia mondiale e mercati finanziari

 

La fine dell’estate ci proietta nell’ultimo trimestre di un anno, il 2018, durante il quale ci siamo dovuti adattare ad un nuovo paradigma. Infatti, se nel recente passato ci eravamo abituati a navigare in un contesto di bassa volatilità e redditività generalmente positiva su tutte le asset classes, coccolati e sostenuti dalle robuste braccia delle principali banche centrali che con la loro politica monetaria estremamente accomodante fornivano supporto a praticamente tutte le tipologie di investimento, ci troviamo ora a navigare in un mare più burrascoso, caratterizzato da volatilità più elevata ed oscillazioni più ampie. Tale situazione è ulteriormente esacerbata da alcuni fattori specifici e di difficile lettura – dato che per loro natura sono binari – come ad esempio le tensioni a livello commerciale tra gli USA ed il resto del mondo e l’intricata situazione politica Italiana.

Ma cerchiamo di andare con ordine provando a decifrare meglio la condizione attuale per poi capire come potrebbe evolversi in questo ultimo scorcio d’anno.

Qual è la situazione attuale dell’economia mondiale?

La situazione economica continua a mostrare segnali incoraggianti, sebbene la sincronizzazione tra le diverse aree del globo registrata ad inizio anno si sia gradualmente dissolta mese dopo mese.

L’economia USA sta registrando tassi di crescita importanti e superiori al potenziale (il PIL dovrebbe essere cresciuto oltre al 4% nel terzo trimestre), in buona parte grazie agli stimoli fiscali introdotti dall’amministrazione Trump ed alla politica monetaria della banca centrale che, nonostante i tre rialzi dei tassi già attuati da inizio anno, si mantiene espansiva, come evidenziato dal tasso di politica monetaria inferiore a quello neutrale, stimato attorno al 3%.

Grafico 1: proiezione dei tassi di interesse USA per i prossimi anni

Fonte: elaborazione BSM su dati FED

L’Europa ha invece registrato una decelerazione della crescita, principalmente a causa del commercio con l’estero il quale, a causa della resilienza della moneta unica ed alle tensioni a livello commerciale, ha contribuito in misura inferiore alla crescita rispetto all’anno precedente.

I mercati emergenti, seppure in aggregato manterranno una crescita ampiamente positiva, rimarranno penalizzati, oltre che dall’aleatorietà sulle mosse dell’amministrazione Americana in tema di politiche protezionistiche, anche dalla riduzione degli scambi commerciali e dalla forza del dollaro USA.

Per l’ultimo trimestre dell’anno non è da escludere un rallentamento della crescita economica mondiale.

Cosa è successo nell’ultimo mese sui mercati finanziari?    

Il mese di settembre ha mostrato una graduale diminuzione della pressione sugli attivi dei mercati emergenti grazie ad una serie di notizie positive, tra le quali il rialzo dei tassi del 6,25% da parte della banca centrale Turca che ha così portato il costo del denaro al 24% per contrastare un’inflazione galoppante e l’accordo raggiunto tra il Fondo Monetario Internazionale e l’Argentina per lo stanziamento di 57 miliardi di USD nell’ambito di un programma di aiuti della durata di tre anni.

Di rilievo anche la decisione del governo Italiano di proporre un deficit di bilancio pari al 2,4% per i prossimi tre anni, in netto aumento rispetto agli obiettivi del precedente governo.

La tabella seguente mostra l’andamento di alcune delle principali classi di investimento per il mese di settembre.

Asset ClassPerformance % mese di settembre in valuta locale
Azionario Americano+0,43%
Azionario Europeo+0,24%
Azionario Mercati Emergenti-0,76%
Obbligazionario Investment Grade Americano-0,64%
Obbligazionario Investment Grade Europeo-0,25%
Obbligazionario globale High Yield+1,37%
Obbligazionario mercati emergenti aggregato+1,33%

Fonte: elaborazione BSM su dati bloomberg

Cosa sta succedendo in Italia?

Il governo giallo-verde ha deciso di “sfidare” le autorità Europee proponendo un deficit di bilancio del 2,4% – necessario per dare vita alle misure promesse in campagna elettorale – per i prossimi tre anni, un livello significativamente superiore a quanto tollerabile dall’Europa.

La situazione rimane estremamente fluida. Probabilmente la retorica tra il Governo e la Commissione Europea si rivelerà aspra nel primo periodo per poi rasserenarsi tra novembre e dicembre.

Ad ogni modo le attività finanziarie con rischio Italia continueranno a registrare oscillazioni importanti, anche se ai livelli attuali la parte breve della curva governativa appare interessante.

Quindi quali saranno i fattori determinanti per l’andamento dei mercati finanziari nel prossimo periodo?

Oltre all’inizio dei negoziati tra il governo Italiano e le istituzioni Europee sui numeri di bilancio, il prossimo periodo vedrà tra le altre cose:

  1. domenica 7 ottobre il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile. I sondaggi danno in vantaggio il candidato di centro destra (Bolsonaro) in vantaggio sul candidato (Haddad) del partito dei lavoratori ossia il partito di Lula. Al secondo turno del 28 ottobre, Haddad risulterebbe però vittorioso su Bolsonaro, ipotesi quest’ultima meno gradita dai mercati;
  2. il 6 novembre le elezioni di mid-term negli USA. Se i Repubblicani riusciranno a mantenere il controllo del Congresso – cosa non affatto scontata – potremmo assistere ad un affievolimento della retorica protezionistica da parte di Trump, mentre in caso contrario assisteremmo ad un irrigidimento.

Per quanto riguarda invece le banche centrali, la BCE da ottobre dimezzerà gli acquisti mensili di titoli effettuati nell’ambito del proprio programma di quantitative easing passando da 30 a 15 miliardi di EUR.

Complessivamente la situazione sui mercati finanziari rimane complicata con movimenti dettati prevalentemente da eventi binari. Tale contesto ci consiglia di mantenere un approccio di investimento prudente ma allo stesso tempo opportunistico.

Cosa potrebbe causare una nuova crisi a livello globale?

I rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve (ne sono già stati effettuati 8 per un totale di un 2% dal 2015) si traducono prima o poi in un indebolimento della congiuntura economica, a cui di solito fa seguito una crisi finanziaria e/o una recessione.

Solitamente – e logicamente, dato che una restrizione della politica monetaria comporta un peggioramento delle condizioni finanziarie – i settori che anticipano la crisi sono quelli che incorporano debolezze strutturali.  Nel 2000 toccò ai titoli del settore tecnologico che avevano raggiunto valutazioni folli mentre nel 2007-2008 fu la volta del settore finanziario, che a causa della regolamentazione lassa dell’epoca, aveva accumulato livelli di leva molto elevati.

Crediamo che le prossime tensioni possano questa volta derivare dal settore corporate non finanziario, il cui indebitamento è cresciuto in misura importante nel corso degli ultimi anni, come illustrato dal grafico seguente.

Grafico 2: andamento del debito mondiale in rapporto al PIL. La linea rossa mostra l’indebitamento in proporzione al PIL del settore corporate non finanziario, cresciuto negli ultimi 10 anni di circa il 20%.

Fonte: elaborazione BSM su dati IIF al 31 marzo 2018.

Come andranno gestiti i portafogli nel prossimo periodo?  

Rispetto ad inizio anno, le valutazioni dei mercati azionari sono scese grazie ad un aumento importante degli utili aziendali, specialmente in America, ma in molti casi siamo ancora a livelli superiori alle medie storiche e pertanto non si può parlare in aggregato di valutazioni attraenti.

Stesso discorso sui mercati obbligazionari, che hanno generalmente registrato un leggero aumento dei tassi di interesse, in parte a causa dell’aumento dei tassi “privi di rischio” ed in parte a causa di un aumento degli spreads di credito. Entrambe le componenti rimangono però a livelli ampiamente inferiori alle medie storiche.

Vi sono certamente delle sacche di valore, specialmente in alcuni dei settori più colpiti dalle vendite in questi primi nove mesi dell’anno, come ad esempio i mercati emergenti e la curva governativa Italiana, ma risulta difficile avere idee direzionali viste le tante incertezze che aleggiano su tali segmenti.

Pertanto – dato che come scritto anche lo scorso mese il nostro mestiere non deve essere mai quello di “scommettere”, ma bensì quello di pianificare gli investimenti ed aiutare chi si rivolge a noi a raggiungere i propri obiettivi di investimento – non possiamo fare altro che confermare quanto ripetuto nei mesi scorsi: un portafoglio composto in percentuali variabili – stabilite a seconda delle caratteristiche di ciascun investitore –  da 1) depositi bancari/obbligazionario a tasso certo (per preservare il capitale), 2)investimenti azionari ed obbligazioni con rischio di credito (per incrementare il capitale) e 3) obbligazionario governativo con basso rischio di credito e lunga scadenza (avendo scarsa correlazione con la seconda componente consente di ridurre le oscillazioni del portafoglio complessivo), è sicuramente in grado di offrire un buon compromesso tra rendimento e rischio in ogni condizione di mercato.