Digital Detox: benessere e nuove dipendenze

Il bisogno di staccare la spina è ormai superato.
Lo abbiamo archiviato insieme al web 1.0, al Nokia 3310 e alle macchine fotografiche compatte da portare in viaggio. Anche quando facciamo sport, andiamo in vacanza, guardiamo un tramonto non possiamo più fare a meno di tenere ben stretta una delle nostre più grandi fonti di stress: lo smartphone.

Staccare la spina, alzarsi dalla scrivania per guardare fuori dalla finestra, uscire con gli amici era un modo per prenderci cura di noi, per dedicarci al nostro benessere. Ora serve qualcosa di più drastico.

Da domani, per il mio benessere, mi disconnetto.

Connessi sempre

Secondo i dati raccolti dal Pew Research Center il 44% dei possessori di smartphone tiene il telefono sul comodino per non perdere chiamate importanti durante la notte. Il centro Kleiner Perkins Caufield & Byers’s, in una recente ricerca, ha stabilito che in media guardiamo il nostro telefono 150 volte al giorno.

Al netto delle ore di lavoro che possono prevedere l’uso di strumenti di connessione al web, lo studio effettuato da Ofcom calcola che trascorriamo mediamente più di 20 ore ogni settimana connessi ad internet, 27 per la fascia d’età 16-24 anni, gran parte su mobile.

La tecnologia ha modificato la nostra percezione del tempo, trasformandoci in esseri multitasking, raggiungibili ovunque, connessi sempre. Ma immersi come siamo nel costante fare, ci distraiamo dall’essere. Mentre mettiamo in vetrina il nostro io virtuale e ci informiamo su quello degli altri, siamo sempre meno concentrati su quello che viviamo, il qui e ora.

Benessere e tecnologia, accordi e disaccordi

Tecnologie indossabili, sensori, smartwatch sono già parte del nostro equipaggiamento sportivo, software di archiviazione dati sulla salute, app dedicate alla corretta alimentazione e allo stile di vita sano riempiono la memoria dei nostri telefonini.

A partire dallo scorso anno le tecnologie dedicate al benessere, alla salute e al fitness vengono inserite fra i dieci trend di investimento di maggiore impatto sulle nuove economie.

Sul fronte opposto una schiera sempre più ampia di studiosi, psicologi, sociologi e specialisti ha iniziato una campagna per metterci in guardia dalla tecnologia a portata di mano, il telefonino e la socialità virtuale, individuati come distrazioni dal nostro equilibrio corpo mente. E’ una partita che si gioca su due rarità, il tempo e l’attenzione, i veri beni di lusso della nostra epoca.

Parallelamente al conio di termini come E-health e Smart Wellness si diffondono programmi di Digital Detox, si lancia l’allarme alla web-dipendenza e vengono catalogate nuove fobie dovute all’assuefazione da stimoli digitali.

Angie_and_Me dalla serie Removed di Eric Pickergill
Angie and Me dalla serie Removed di Eric Pickergill

La smartphone dipendenza nell’arte sociale

Qualche anno fa una pubblicità progresso del Ministero della Salute rivolta ai fumatori mostrava in uno spot televisivo persone che, invece di aspirare fumo, soffiavano con avidità in trombette di carta, di quelle che si srotolano e fischiano rumorosamente. L’intenzione era far sentire ridicolo e fuori luogo il fumatore, evidenziando come una gestualità quotidiana potesse essere priva di senso, autolesionista e fastidiosa per chi stava vicino.

Un’idea simile sta alla base del progetto Removed del fotografo americano Eric Pickersgill. La serie d’immagini racconta di persone comuni, ritratte in gruppo ma isolate, unite solo dall’assoluta concentrazione sul proprio telefono.

Come per la pubblicità progresso contro il fumo, in cui la trombetta sostituiva la sigaretta, Pickersgill usa come espediente la rimozione del telefono. Le persone ritratte eseguono un gesto fin troppo riconoscibile, ma l’assenza dello strumento sottolinea la deriva grottesca verso la quale ci stiamo spingendo. Ne emerge il ritratto di una società distrutta, muta e costantemente interrotta.

Quando è il momento di prendersi una pausa?

All’estero esiste già una vasta letteratura in merito, comprensiva di studi medici che riconoscono l’esistenza di patologie come la F.O.M.O. (Fear Of Missing Out) la paura di perdersi qualcosa o restare esclusi dal divertimento condiviso dagli altri sui social network, o la I.A.D. (Internet Addiction Disorder), disordine da dipendenza da Internet, o ancora la nomofobia, il terrore di rimanere disconnesso.

Anche se ammettere una dipendenza è sempre difficile, i sintomi da tecnostress sono più comuni di quanto si immagini: stanchezza, scarsa produttività, ansia, insonnia, calo della concentrazione e disturbi della memoria in Italia colpiscono oltre 2 milioni di persone.

Se pensi che la cosa non ti riguardi allora non hai mai fatto phubbing, neologismo che sta a indicare l’atteggiamento di chi in compagnia si dedica al proprio telefono invece di socializzare, o non ti capita di sentire vibrare il tuo telefono anche quando non lo fa, la cosiddetta sindrome da vibrazione fantasma.

Altri campanelli d’allarme sono lo svegliarsi con il suono di notifiche durante la notte e non resistere alla tentazione di leggerle (insonnia da social), affidarsi alla timeline di Facebook per ricordare luoghi visitati o esperienze fatte, prediligere una palestra, una Spa, una spiaggia solo per la presenza del wi-fi, pubblicare con regolarità foto dei piatti, dei tramonti, degli eventi a cui si prende parte.

Non sono situazioni poi così rare nella vita di tutti noi, vero?

Wendy Brian kids dalla serie Removed di Eric Pickergill
Wendy Brian kids dalla serie Removed di Eric Pickergill

Da domani mi disconnetto

L’argomento è caldo, il tema riguarda un po’ tutti. Per questo giornalisti, sociologi, psicologi, artisti si stanno dedicando, ognuno con la propria ricetta, a proporre consigli e idee per il Digital Detox. Concludiamo con alcuni spunti da approfondire se anche per te è arrivato il momento di disconnetterti:

  • Segnali di pericolo: “La mia vita è diventata una distrazione dal mio cellulare”. Con questo studio i due ricercatori della Baylor University, David Meredith e Robert James, ribaltano la prospettiva sin dal titolo. Una scelta d’impatto che anticipa i dati di un fenomeno in pericolosa espansione.
  • Prendere coscienza: “Analogamente alla fotografia che trasforma l’esperienza vissuta nell’esperienza fotografabile, eseguibile e riproducibile, i dispositivi personali stanno modificando i nostri comportamenti e contemporaneamente si stanno inserendo perfettamente nel nostro quotidiano, diventando tutt’uno con il nostro corpo. Questo arto fantasma serve a segnalare a chi ci è fisicamente vicino che non vogliamo essere disturbati, perché siamo indaffarati a comunicare con chi è lontano”. Eric Pickersgill, fotografo.
  • Rehab dal digitale o rehab col digitale? Il mondo degli affari è sempre in ascolto e il benessere è un business a molti zeri per chi si occupa di marketing e tecnologia. Se quello che una parte della società chiede è la disintossicazione dal digitale, la soluzione è creare un’app che assolva il compito. Sono ormai diversi i progetti digitali a supporto di chi ha bisogno di ristabilire un rapporto più sano con la tecnologia: Pause, Digital Detox, Rescue Time, Moment e la più giovane e italiana Idont che si racconta come “l’unica app senza cui non puoi vivere”. Grazie ad Idont puoi controllare il tempo che dedichi allo smartphone e imporre limiti oltre ai quali le tue attività online si bloccano. Al limite del sadico e del nonsense, no?
  • Connessione vs conversazione: “Le relazioni umane sono ricche e complesse e sono impegnative. E noi le ripuliamo con la tecnologia. Così succede che sacrifichiamo la conversazione a favore della pura connessione”. Sherry Turkle, studiosa delle relazioni fra uomo e tecnologia e autrice del libro Insieme ma soli.
  • Sconnettersi per riconnettersi: “il Digital Detox è un momento di distacco da apparecchi digitali, social network e tutto ciò che ci assorbe quotidianamente, per favorire la connessione con noi stessi e con chi ci circonda”. Alessio Carciofi, autore dell’e-book Digital Detox, propone un vero e proprio metodo da seguire per un giorno, una settimana, un periodo di vacanza.
  • Viaggiare per guarire: In riferimento alle nuove frenesie, fobie, dipendenze lo scrittore svizzero Alain de Botton prevede che “In futuro, le agenzie non ci chiederanno più dove vogliamo andare, cercheranno di capire cosa vogliamo cambiare di noi stessi”. (High Life).