Covid-19, le “notizie che non fanno notizia”: le parole del dottor Massimo Arlotti

ph. Simone Fiorani

Il Commissario straordinario per l’emergenza racconta “da dentro” la pandemia che ha colpito anche la Repubblica di San Marino

Immagini che raccontano quello che di solito non si vede, volti stanchi, tirati, spesso esausti. Ma anche attimi di leggerezza, gioia per una persona che ha riaperto gli occhi ed è tornata alla vita. Le cartoline della pandemia – cartoline dal mondo, vista la capacità della Rete di aprire finestre in ogni angolo del globo terracqueo – hanno sfaccettature e visi diversi, firme, colori, storie da raccontare. Perché, superando idealmente l’aspetto prettamente sanitario e lavorativo, da febbraio in poi si è aperto un mondo di persone che, con professionalità e grandi aspettative, hanno seguito i singoli casi, rinunciando in parte anche alla loro vita privata.

A San Marino i cittadini hanno familiarizzato con nuovi termini tecnici che di volta in volta i medici, con cadenza quotidiana, hanno esposto in conferenza stampa. Ma c’è sempre un “non detto” dietro alle loro parole: piccoli satelliti che ruotano attorno alla galassia Covid-19, o più semplicemente le “notizie che non fanno notizia”. Assieme al dottor Massimo Arlotti, Commissario straordinario per l’emergenza, le andiamo a scoprire. Se non tutte, almeno alcune.

Sul Monte Titano, prima che in Italia, l’emergenza alle spalle. Come si è arrivati a questo risultato e perché? Solo per i comportamenti più o meno virtuosi dei cittadini o c’è dell’altro?

“I comportamenti tenuti dai cittadini sammarinesi sono una componente importante anche e soprattutto perché la Repubblica non ha mai chiuso del tutto alcune delle sue attività economiche. Allo stesso tempo anche le scelte fatte per contrastare l’epidemia, come lo screening alla fine del periodo di quarantena e i tamponi alle persone con sintomi minori sono state, a mio avviso, altrettanto importanti. Va detto comunque che nel realizzare le nostre strategie siamo stati facilitati dalla numerosità della popolazione e dalle dimensioni del territorio

Professionalmente l’incontro e la conoscenza con la Covid da parte dello staff medico è stato esemplare. Umanamente invece qual è stato l’approccio?

“Ogni persona ha avuto un approccio diverso: in qualcuno ha prevalso la paura, in qualcuno l’ansia, in molti la voglia di esserci e di incidere oltre una certa dose di curiosità nei confronti di un fenomeno nuovo. Io sono tra questi ultimi. Chi fa questo lavoro ha trovato nella necessità di  dover capire, di affrontare e combattere questa nuova malattia una forte motivazione. Molti giovani medici e molti infermieri hanno trovato stimoli importanti anche sotto il profilo dell’apprendimento e della formazione. La Covid-19 è una malattia che sino a qualche mese fa era sconosciuta. Contrastare questa epidemia è stato gravoso sul piano fisico ed emotivo, ma la maggior parte delle persone impegnate ha accettato la sfida mettendosi in gioco”.

Malattia fisica ma anche più interiore: qual è il ruolo degli psicologi nella fase della convalescenza?

“Nel periodo post-Covid, quello cioè della convalescenza, c’è e ci sarà spazio per diverse figure professionali. La malattia lascia strascichi sia psicologici che fisici e può essere causa di nuove cronicità. Io vedo un rischio di un cambio di prospettiva nelle persone. La paura, l’incertezza, la reclusione hanno aumentato la rabbia e vedo i primi tentativi di cercare colpevoli. Le malattie non sono una colpa di chi le contrae, ma neanche di chi tenta di curarle o decide misure per tentare di prevenirle. Avverto purtroppo un certo inasprimento nei rapporti interpersonali e nei rapporti con le istituzioni”.

Persone anziane ma anche giovani: hanno reagito diversamente al contagio?

“Direi di no, nessuna differenza. L’attaccamento alla vita non ha età: i più giovani volevano uscirne tanto quanto i meno giovani. Tra gli anziani però qualcuno purtroppo non ce l’ha fatta”.

La Covid, tra le altre cose, ha acceso il microfono e le luci su medici e infermieri. Come le sembra che abbiano “recepito” il vostro impegno i cittadini?

“Abbiamo trattato centinaia di casi sia in ospedale che a domicilio. Abbiamo provato a farlo mantenendo saldo il principio della “presa in carico” delle persone cercando di portare i servizi  nelle case. Abbiamo cercato di non lasciare solo nessuno. Certo avremo fatto errori, possiamo essere stati in alcuni momenti non coerenti, ma in poco tempo abbiamo dovuto pensare e realizzare un modello assistenziale che non c’era, migliorandolo di giorno in giorno, spesso imparando dai nostri errori. L’obiettivo, spero in gran parte raggiunto, è sempre stato quello di ispirare e rinsaldare un ‘sentimento di vicinanza e di fiducia’, di dialogo, tra il personale sanitario e la popolazione”.

Foto sui social e sui giornali, ma anche canzoni – su tutte, la rilettura di un brano di De André, “Via del Campo”, diventata “Via del Covid-19”. Che idea si è fatto della comunicazione più “emotiva” e meno istituzionale?

“Oggi quella comunicazione è scomparsa insieme alla paura e alla morte. I ‘ce la faremo’ e le foto dei medici e degli infermieri stremati, sono scomparse, lasciando il posto a sentimenti di incertezza e disagio. Per tutti noi è stato un periodo difficile, sia sotto il profilo fisico che emotivo, molte notti sono passate insonni. Con il tempo tutto questo inevitabilmente sbiadirà, ma spero che tanti di noi  possano ricordare quei sentimenti di vicinanza e solidarietà che ci hanno aiutato a superare questa grave emergenza”.