Il bene comune e la nascita della cooperazione – Parte II – La Modernità

“La Società si distingue per il proprio orientamento sociale e per la scelta di costruire il bene comune”.

Così recita lo Statuto di ogni Banca di Credito Cooperativo. Una missione che non nasce da decisioni prese a tavolino, ma da ideali solidaristici che hanno attraversato i secoli fino a raggiungere, nel 1920, un gruppetto di uomini nel piccolo e periferico Castello di Faetano, nella Repubblica di San Marino. Nell’anno del Centenario della nascita della Cassa Rurale di Faetano, Banca di San Marino ed Ente Cassa di Faetano tornano alla scoperta degli ideali che le muovono.

Nell’articolo precedente abbiamo assistito alla nascita dei Monti di Pietà (1462), espressione di quella concezione medievale che considerava la comunità come un corpo unico. Proseguiamo ora il nostro viaggio nei secoli successivi, dalla scoperta dell’America alla nascita della prima cooperativa.

IL NUOVO MONDO

Strumenti per la navigazione (Ph Pixbay)

E’ il 1492 quando il navigatore genovese Cristoforo Colombo salpa dalle Canarie con l’idea di raggiungere le Indie navigando verso occidente.
Colombo scoprì invece una nuova terra, le Americhe, segnando una tappa così fondamentale per la storia dell’umanità da essere assunta come l’inizio della Modernità. La novità clamorosa di questa scoperta – che in realtà solo successivamente verrà compresa appieno -, insieme ad altri fattori economici, politici, culturali segnarono profondi cambiamenti nella vita dell’Europa e non solo.

Con l’Umanesimo prima e la Rivoluzione Protestante dopo, l’unitarietà che caratterizzava la visione medievale si incrina, lasciando il passo ad una concezione maggiormente individualistica di bene comune che segnerà una vera e propria trasformazione dell’ordine sociale. Un individualismo economico e politico.

Le Repubbliche si trasformano in Principati e le corporazioni si chiudono a difesa di interessi di parte. Nel 1563 viene approvato in Inghilterra lo Statuto degli Apprendisti, attraverso cui lo Stato assoggetta le corporazioni impedendo ai lavoratori di passare da un’Arte all’altra, mentre i maestri ostacolano l’apertura di nuove botteghe. Le vecchie città, come York, che applicano lo Statuto declinano. Le città nuove, come Birmingham, che non lo rispettano, fioriscono. Gli economisti classici del Settecento, a partire da Adam Smith – padre della teoria della Mano invisibile – troveranno in questi avvenimenti storici una conferma delle loro teorie: solo la libertà individuale può promuovere la ricchezza delle nazioni.

Statua di Martin Lutero a Dresda, Germania

Con Smith, cambia l’idea stessa di bene comune. Nessun individuo può sapere cos’è il bene di una comunità. Ogni individuo dispone infatti di una conoscenza limitata e persegue obiettivi particolari, è la mano invisibile del mercato che, coordinando le decisioni individuali di consumo e produzione, trasforma gli interessi di parte in un più generale bene comune.
Alla metafora medievale della comunità come corpo fisico si sostituisce quella virtuale della mano invisibile mentre alla ricerca del bene comune – perseguito da ciascuno – subentra quella dell’interesse personale che contribuirà, senza volerlo, inconsapevolmente, al benessere di tutti.

Il bene individuale diventa il principio supremo ed il mercato il grande regolatore. Questa visione porta grande sviluppo ma anche grandi sofferenze.

SELF HELP VS SELF INTEREST

Nei primi decenni del 1700 si afferma un’idea di libertà assoluta: in termini economici definita liberalismo. Sarà sufficiente ricordare alcune date simbolo. In Inghilterra, dal 1760 teatro della prima rivoluzione industriale, nel 1799 viene ufficialmente abolito lo Statuto degli Apprendisti, già da tempo disatteso. Pochi anni prima, nel 1791, nella Francia rivoluzionaria, la legge Le Chapelier aveva abolito ogni organismo intermedio tra individuo e Stato, a partire dalle corporazioni di arti e mestieri. Lo Stato moderno non riconosce altra autorità all’infuori di sé, negando così agli stessi lavoratori il diritto di associarsi in sindacati.
Il liberalismo trionfava anche nelle relazioni internazionali. Nel 1846 l’Inghilterra abrogava le Corn Laws con cui, per anni, aveva protetto l’agricoltura nazionale dalla concorrenza continentale. La dottrina del free trade, presto propagatasi nel resto d’Europa, ispirava la sottoscrizione di trattati commerciali liberoscambisti tra i maggiori paesi europei.

Stabilimento Hartmann, illustrazione d’epoca (Wikipedia)

Il liberalismo alimentava la nascente democrazia, una democrazia liberale. In Italia, per esempio, nel 1861 la Destra Storica aveva adottato il modello anglosassone: la democrazia intesa come governo per il popolo, più che del popolo. Il diritto di voto veniva infatti riconosciuto a poco più di 400.000 cittadini possidenti su una popolazione di oltre 26 milioni di abitanti. La legislazione piemontese veniva estesa all’intero territorio nazionale, il Codice Penale vietava il diritto di sciopero e di associazione sindacale, il Codice di Commercio ignorava l’impresa cooperativa.

Il liberalismo promuove lo sviluppo economico e civile, ma genera anche un conflitto sociale. Dissolto l’ordine corporativo, i lavoratori sono soli, in “balìa di una sfrenata concorrenza”, come affermerà Papa Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum del 1891.

 TOAD STREET LANE 31, ROCHDALE, INGHILTERRA

Il 1797 può essere simbolicamente considerato l’anno di nascita della moderna cooperazione. Siamo in Scozia, dove l’imprenditore David Dale aveva fondato il villaggio industriale di New Lanark, un cotonificio.

Quando un incendio distrugge parte dello stabilimento, Robert Owen, genero di Dale, socialista illuminato con precedenti esperienze nella gestione di aziende, acquista in compartecipazione la manifattura e trasforma New Lanark in qualcosa di radicalmente nuovo.

New Lanark in un’illustrazione di fine ‘800 (Atiques Trade Gazette).

Owen credeva che la dignità di un uomo cominciasse anzitutto dalla sua condizione lavorativa. Il lavoratore era un essere umano, doveva lavorare ma anche essere educato e aiutato a contribuire alla società. Owen introdusse orari di lavoro ridotti e maggiori norme igieniche, costruì all’interno del complesso un negozio con prezzi abbordabili per i suoi operai, istituì scuole, garantì assistenza medica gratuita e case confortevoli.

Tutto questo accadeva mentre la rivoluzione industriale stava presentando un conto salatissimo a livello sociale: un terzo della popolazione era disoccupata e i salari, che dal 1810 al 1840 erano stati dimezzati, venivano pagati in natura. Gli operai erano trattati alla stregua di schiavi e costretti a lavorare ad orari ed in condizioni disumane, bambini compresi. Si dovrà attendere il 1887 per vedere sancito in una legge il pagamento dello stipendio in moneta e la fine del secolo per una regolamentazione degli orari di lavoro.

In un simile contesto le idee di Owen si dimostrarono rivoluzionarie.

Adam Smith e Robert Owen, illustrazioni d’epoca.

Quello di Owen, insieme ad altri tentativi che si diffusero in quegli anni, furono la scintilla che portò alla nascita della prima vera cooperativa della storia: la Società dei Probi Pionieri di Rochdale. E’ il 21 dicembre 1844 quando, in questo sobborgo di Manchester, 28 operai tessili aprono il primo negozio alimentare cooperativo.

Anche a Rochdale l’industrializzazione del settore tessile aveva portato disoccupazione e miseria. Inoltre l’avvento del commercio del cotone e la nuova tariffa doganale americana avevano fermato l’esportazione della flanella negli Stati Untiti, colpendo a morte un’attività che era stata la fonte di maggior ricchezza della cittadina.

Per acquistare la prima fornitura i Soci si recarono a Manchester a piedi, caricando in una carriola burro, farina, avena, zucchero e candele; queste ultime servirono per la prima apertura del negozio: la società del gas aveva infatti negato la fornitura, temendo che la cooperativa non avrebbe pagato!

“I soci avevano versato una sterlina a testa, a formare un piccolo capitale di 28 sterline che era servito per avviare l’attività. Nei propositi dei fondatori, il negozio avrebbe dovuto fare concorrenza agli spacci gestiti dai negozianti privati che si erano accordati per tenere alti i prezzi. Inoltre molti di loro cercavano di incrementare i profitti adulterando le merci vendute, ad esempio allungando la farina con polvere di roccia caolina.
Questi comportamenti non solo erano delle truffe a danno del consumatore, ma spesso provocavano veri e propri danni alla salute.
Di qui l’idea dei 28 Probi Pionieri di associarsi per aprire un proprio emporio, all’insegna della qualità dei prodotti commercializzati e della convenienza in fatto di prezzi.
La chiave del loro successo imprenditoriale fu proprio il rifiuto del modello tradizionale – e cioè la bottega gestita in maniera capitalistica, per ricavare un profitto – e l’adozione di nuove regole organizzative che presero il nome di Rochdale principles”

Tredici dei membri della Cooperativa Rochdale

Questi principi – fissati nello Statuto – sono quelli che tutt’ora ispirano la cooperazione, in particolare:

  • partecipazione aperta a chiunque
  • ridistribuzione degli utili tra i soci col metodo del ristorno, cioè in proporzione agli acquisti effettuati
  • principio democratico “una testa un voto”, alternativo al metodo capitalistico “un’azione un voto”.

Dato che i beni prodotti erano venduti anche ai non soci, l’impresa cooperativa si caratterizza principalmente per una forma di governo democratico.

IL BENE COMUNE TORNA AL CENTRO

Il negozio di Toad Lane in un’illustrazione d’epoca e oggi.

La partecipazione alla cooperativa di Rochdale era aperta a tutti, comprese le donne, che avevano gli stessi diritti degli uomini, anticipando così le future conquiste civili. Molte cooperative avevano nei propri locali sale di lettura a riprova di quanto fosse sentito il tema dell’educazione, e svilupparono le prime forme di contributi pensionistici o di assistenza alle famiglie di chi partiva in guerra.

Dopo un anno la Cooperativa di Rochdale contava 74 membri che nel 1860 divennero 3450 con 6 negozi all’attivo.
Le idee della cooperazione si diffusero e nel 1863 venne fondata la Wholesale Cooperative Society, che acquistava in modo collettivo e fungeva da magazzino per negozi cooperativi che nel frattempo si radunarono nel Cooperative Group.

Dunque, in un contesto, quello del liberalismo, che insieme allo sviluppo economico stava creando un profondo conflitto sociale, la cooperazione emerse come un movimento di auto-aiuto dei lavoratori, di self-help, in risposta ai collaterali effetti negativi del self-interest. Qualcuno, soprattutto tra i più diseredati, torna a prendersi direttamente cura del bene di altri, del bene comune.

Confezioni di prodotti vendute in Cooperative Store inglesi, inizio ‘900.

L’impresa dei Pionieri accese una miccia che portò nell’arco di vent’anni alla nascita di 454 società cooperative solo in Inghilterra, e mentre a Rochdale si stava rispondendo alle criticità dell’industrializzazione, in Germania qualcun guardava alla cooperazione come soluzione per risollevare le aree rurali, dove i guadagni dipendevano dalla bontà o meno del raccolto.

Friedrich Wilhelm Raiffeisen, sindaco di alcune cittadine agricole della renana, grazie alla collaborazione gratuita dei suoi cittadini costruì dapprima una scuola elementare, poi un forno comunale. Infine, per combattere il diffuso problema dell’usura sul bestiame, fondò, nel 1849, la “Lega di soccorso per l’assistenza ai contadini sprovvisti di mezzi”, di fatto la prima cassa di prestiti al mondo.

Un modello fondato sul localismo e su motivazioni etiche di ispirazione cristiana che meritò a Raiffeisen il titolo di fondatore delle Casse di credito rurali.

Negli anni seguenti le Raiffeisenkassen, come ancora oggi sono chiamate nei paesi di lingua tedesca, si diffusero in tutta la Germania. Al momento della sua morte, avvenuta nel 1888, l’iniziativa aveva superato i confini dello stato e le casse rurali si erano diffuse anche in Olanda, Spagna, Danimarca, Svezia, Svizzera, Russia, Italia e … San Marino.

“Co-operation: Our Best Friend”. Parata delle Newmarket Co-operative Society (National Co-operative Archive)

Nel prossimo articolo approfondiremo la nascita del movimento cooperativo cattolico e l’emergere delle Casse Rurali in Italia. Sulla spinta dell’Enciclica Rerum Novarum, queste realtà rappresentarono un’occasione di sostegno e riscatto per migliaia di persone.

 

LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI
Le origini di Faetano
Il bene comune la nascita della cooperazione – Parte I – Il Medioevo

 

*** NOTA PER IL LETTORE ***
Il presente articolo ha un intento puramente divulgativo e non intende in alcun modo esaurire una tematica profondamente complessa sia dal punto di vista storico che filosofico, sociale e politico. Invitiamo dunque il lettore ad approfondire ulteriormente questi argomenti attraverso la vastissima letteratura esistente a riguardo.
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Fonti

Breve Storia dell’Ente Cassa di Faetano, Ente Cassa di Faetano, 2007
Francesco Chiapparino, La nascita del Sistema Bancaria a San Marino, Università degli Studi RSM

Alfredo Ferri, Storie Minime, Per ricordare i principi cooperativi, Ecra, 2004

R.R. Martino, A. Azzi, Etica e Credito Cooperativo: L’insegnamento sociale cristiano alla prova delle relazioni economiche e finanziarie, Ecra, 2007

Antonio Magliulo, Il bene comune esiste davvero? Atti del corso di formazione Soci Ente Cassa di
Faetano Socio si, ma di cosa, 2015

Robert Owen and New Lanark, The Open University,

Robert Owen and the Commencement of the Millennium, E. Royle, Manchester University Press, 15 lug 1998

www.creditocooperativo.it
www.memoriecooperative.it
https://www.co-operativeheritage.coop/